mercoledì 4 maggio 2016

0110 - la palestra di Pavlov

Nonostante l'ora tarda, entrambe le porte a vetri della palestra di Pavlov sono ancora aperte e dall'interno giungono le esclamazioni della gente che si allena miste alle note di Hey Boy Hey Girl dei Chemical Brothers sparata a tutto volume.
Anatoli guarda da entrambi i lati, poi fa un cenno ai due compagni ed attraversa la strada. Quando varca la soglia, l'acre odore di sudore riempie le sue narici, facendogli per un momento girare la testa. Una decina di persone sono intente a sollevare pesi, altre stanno utilizzando macchinari che hanno visto tempi migliori. Al centro della palestra c'è un ring, occupato da due uomini con guantoni e caschetto che se le stanno suonando di santa ragione.
"Dove cazzo è Pavlov?" chiede Sergej ad alta voce, per sovrastare la musica.
"Lui è sempre in giro a fare cose strane" risponde Anatoli, osservandosi intorno. Un uomo tutto muscoli in canottiera e pantaloni della tuta, che sta contando a pieni polmoni accanto ad un ragazzo mingherlino disteso su una delle panche, attira la sua attenzione. 
"Quello deve essere dipendente di Pavlov" esclama rivolto ai compagni, poi si avvicina e gli batte sulla spalla.
"Che c'è? Non vedi che sono impegnato?" urla l'uomo, raddrizzandosi. Dopo aver notato la giacca e la camicia immacolate del corriere, sul suo volto compare un sorriso imbarazzato. "Mi scusi, pensavo fosse uno degli scansafatiche che si allenano qui".
"Tu sa chi è noi?" chiede Anatoli, guardandolo storto.
"No, mi spiace".
"Noi è amici di Pavlov. Io non va spesso né in chiesa né in palestra" commenta osservando i grossi muscoli dell'uomo, poi aggiunge in tono scherzoso: "Io fa altro genere di palestra. Tu sa dove essere Pavlov?"
"Non è qui, ha detto che andava via per lavoro".
"Da, anche noi riesce a vedere che lui non è in palestra" commenta Margarita, soffermandosi per un momento sul culo di uno dei ragazzi che si stanno allenando e riportando poi lo sguardo sull'allenatore.
"Avete provato a chiamarlo sul cellulare?"
"Suo cellulare non è raggiungibile" esclama Anatoli.
"Succede spesso. Cosa posso fare per voi?" chiede sorridendo l'uomo, nel tentativo di recuperare dalla gaffe fatta qualche momento prima.
"Noi sta cercando tizi che forse frequenta questa palestra" risponde la spacciatrice.
"Tipo?"
"Quattro bianchi, trent'anni circa, capelli rasati, muscolosi, tanti tatuaggi".
L'allenatore ci pensa un po', poi fa una smorfia e solleva le spalle. "Qualcuno che corrisponde c'è. Di solito però sono scansafatiche, vengono per un paio di lezioni e poi non tornano più".
"Forse perché qui ci sono negri?" chiede Anatoli, indicando con il pollice un uomo di colore che sta allenando i bicipiti.
"Afroamericani" lo corregge Sergej.
"Anche" conferma l'allenatore annuendo. "Non farti problemi ad usare la parola negro, sono abituato con Pavlov".
"Niet, niet!" esclama Anatoli infervorandosi. "Tu non paragona me a sporco razzista di Pavlov. A me stanno su cazzo tutti, indipendentemente da colore di pelle".
"Vecchia storia di io non conosce te, ma io presume che tu è peggio di altri" sbuffa Sergej, prendendosi un'occhiataccia dal compagno.
"Vuoi che io seppellisce te sotto terra e poi butta sopra tutta erba?" sibila Anatoli, fissandolo con ira.
"Io, io vuole tutta erba sopra!" esclama sorridendo Margarita.
Anatoli chiude gli occhi e conta fino a dieci per sbollire la rabbia, poi si volta di nuovo verso l'allenatore, che sta osservando la scena con sguardo perplesso, incapace di seguire il discorso. "Io mi scuso per aver usato brutta parola. Poi io offre te birra".
"Come ho già detto, non farti problemi" sorride l'uomo.
"Tu ha nomi di queste persone?"
"Sì, un paio si sono registrati".
"Bene, noi inizia con quelli" esclama Anatoli, spostandosi verso il bancone vicino all'entrata.
L'allenatore si piazza dall'altra parte, afferra un registro e comincia a spulciare i vari fogli. Dopo aver trovato la riga giusta, scrive un paio di nomi su un foglietto e lo consegna al corriere, che osserva deluso l'appunto: James Rott e Ryan Bowerfield. "Peccato, nessuno con nome tedesco".

lunedì 2 maggio 2016

0109 - segni distintivi

La maîtresse clicca su una delle icone presenti nel menu, scorre una lista di file ed avvia la riproduzione di quello della sera precedente. Dopo aver armeggiato un po' con i comandi, seleziona la scena dell'arrivo dei quattro individui.
"Ecco, questi sono stronzi che hanno pestato me" esclama, indicando le immagini con un'unghia laccata di viola.
Margarita osserva con attenzione le immagini, cercando di cogliere ogni dettaglio dei quattro uomini inquadrati dall'obiettivo che attendono nell'ingresso l'arrivo delle ragazze. Sui trent'anni, pelle chiara, capelli rasati e atteggiamento rilassato. I più grossi indossano felpa e jeans, gli altri due dei bomber da cui spunta il colletto di una camicia a quadri. Ai piedi di tutti e quattro, anfibi scuri dalla suola larga.
"Io non conosce nessuno di loro, ma io ha già visto questo" esclama la spacciatrice, premendo il tasto per stoppare il video ed indicando un tatuaggio che spunta dal colletto del naziskin più massiccio.
"A quello manca lobo di orecchio" commenta Anatoli, osservando meglio il suo profilo. "Guardate anche suo occhio, sembra abbia grosso livido".
"Da" conferma Zoya. "Loro sembrava appena usciti da rissa".
"Forse loro ha avuto incontro con valigetta" ridacchia il corriere.
Sergej volta gli occhi verso di lui, poi scuote la testa e sbuffa. "Tu andrà avanti ancora molto con storia di valigetta?"
"Da, io pensa di sì".
Margarita intanto si fruga in tasca, recupera il cellulare e scatta una foto al monitor. "Se noi fa vedere foto in giro, forse noi riesce a scoprire chi è grosso coglione".
"Quindi?" chiede la maîtresse, voltandosi a guardare i compagni e toccandosi distrattamente il livido sulla guancia.
"Loro è muscolosi, forse frequenta palestra di Pavlov" dice tra sé e sé Margarita, poi alza gli occhi ed incrocia lo sguardo di Anatoli. "Può essere buon posto per iniziare nostre ricerche".
"Anatoli, fuori da chiesa battista in cui suono c'è sempre gruppo di coglioni che insulta parrocchiani di colore" aggiunge Sergej. "Dopo palestra noi può andare anche lì".
"E da tanto che tu non confessa te, da?" esclama la spacciatrice, sorridendo.
"Da, ma io non voleva dire questo. Forse naziskin fuori da chiesa conosce responsabili di pestaggio".
"Religione è oppio di popoli" borbotta Anatoli, scuotendo la testa.
"Niet oppio! Meglio cocaina" commenta Margarita facendogli l'occhiolino, poi si stacca dal muro ed esce dalla stanza. "Muovete vostri culi, noi non ha tempo da perdere! Io ha anche miei affari da gestire!"
"Ricordate mia richiesta!" grida Zoya, mentre il gruppo esce dalla porta principale e si dirige alla macchina.

venerdì 29 aprile 2016

0108 - sala di controllo

Dopo essere uscito dal centro di Boston, Anatoli si immette nella statale e guida per una mezz'oretta in mezzo al traffico; raggiunto Milton, uno dei sobborghi di Boston, svolta in una laterale e si dirige verso l'hotel gestito da Zoya, una bassa costruzione dipinta di bianxo ad un solo piano, dotata di tante finestre coperte da pesanti tendaggi.
La macchina si ferma in uno dei tanti parcheggi liberi. Sergej smonta e tende la mano per aiutare la maîtresse a scendere, ma questa lo fissa furente. "Io può ancora muovermi con mie gambe!"
"Izvinì, Zoya" si scusa il pianista. "Io voleva solo aiutare".
Dopo essere uscita a fatica dalla macchina, la donna raddrizza la schiena, lancia un'occhiataccia a Sergej, quindi precede i russi fino all'ingresso. "Prego, voi entra" esclama, aprendo la porta e facendo loro cenno di entrare.
"Cavalleria è morta" mormora il pianista, scuotendo la testa.
"Zoya è piccola puttanella, cosa tu pretende?" sussurra Margarita passandogli accanto. "Tazza di te e pasticcini?"

L'atrio del motel odora di patchouli e disinfettante, con un vago olezzo di fumo stantio. Quando la spacciatrice annusa l'aria, istintivamente si infila in bocca una sigaretta e se l'accende.
Zoya si trasferisce dietro al piccolo bancone, getta le chiavi in una piccola ciotola, poi fa cenno ai compagni di accomodarsi sulle piccole poltroncine dal rivestimento ormai liscio e scolorito. Dopo un'occhiata ai divanetti, tutti scuotono la testa.
"Dove tu conserva riprese?" chiede Anatoli resistendo all'istinto di appoggiarsi al bancone.
"In stanzino su retro" risponde Zoya, indicando una piccola porta a soffietto.
"Io ha proprio voglia di vedere volti di questi razzisti di merda" mormora il corriere, facendo scorrere l'anta ed entrando nell'angusto locale. Una pesante scrivania occupa tutta la parete di fondo; sopra vi sono appoggiati due monitor, raggiunti da una ragnatela di cavi che penzolano dal controsoffitto. Il silenzio dell'albergo è rotto dal sommesso ronzare delle ventole di un piccolo computer incassato in uno scanso della scrivania.
Zoya si accomoda sulla sedia imbottita, quindi avvia il programma per la gestione delle riprese.
"Allora, cosa voi vuole vedere?" esclama con un sorriso parzialmente rovinato dall'occhio pesto. "Per scene hard però voi paga come normali clienti, da?"

mercoledì 27 aprile 2016

0107 - ricostruire l'aggressione

"Tenere bomba sporca è rischio troppo grosso per nostra Famiglia" mormora Alexei, concentrato su uno dei disegni del tappeto che spunta da sotto la scrivania; dopo una piccola pausa il russo alza gli occhi ed osserva il volto tirato dei suoi uomini. "Voi deve lavorare usando testa. Famiglia Antonovich non deve risultare implicata in alcun modo con affare di carico nucleare, da?"
"Da" sussurra Anatoli, lo sguardo serio fisso negli occhi del capo.
"Bene, ora voi va in altra saletta con Zoya e discute con lei di aggressione" esclama Alexei, dirigendosi alla porta ed aprendola; un chiaro segno che il colloquio è finito.
I tre russi seguono la maîtresse nella stanza di fronte, quindi si accomodano attorno al tavolo.
"Tu può dire noi chi ha aggredito te?" chiede Sergej.
"Tu conosce loro nomi? Tu può descrivere loro aspetto?" aggiunge Margarita, accendendosi una sigaretta ed offrendone poi una alla compagna, che rifiuta scuotendo la testa.
"Quattro ragazzi bianchi, magri e giovani" inizia a dire Zoya, ma viene subito bloccata dalla spacciatrice.
"Russi? Italiani?"
"Americani. Hanno chiesto due coppie".
Anatoli guarda perplesso Sergej; nessuno dei due sembra afferrare il senso dell'ultima frase. Zoya, accorgendosi dello scambio di sguardi, sospira e si appresta a spiegare. "Due uomini, una donna".
"Ah, io ha capito!" esclama sorridendo il corriere. "Loro voleva cosa a tre!"
"Da. Io penso che loro non aveva denaro sufficiente per quattro ragazze".
"Ok" mormora Sergej, indicando con un gesto di continuare.
"Loro ha cominciato e dopo poco mie ragazze ha urlato perché loro usa violenza. Io e Ioann siamo andati a bloccare loro, prendere soldi e buttare fuori da mio motel. Quando noi è entrati in prima stanza, altri due ha aggredito noi da dietro con spranga. Io ha preso botte, ma nulla di grave. Ioann è finito in ospedale con entrambe gambe rotte".
"Loro doveva essere grossi!" esclama Sergej, stupito di come la guardia del corpo di Zoya sia stata messa fuori gioco così facilmente.
Zoya riflette un secondo, poi scuote la testa. "Loro preso noi di sorpresa. Anche tu, che sei magrolino, può stendere uomo dando sprangata su schiena. Loro ha poi infierito su rotule di Ioann. Uno di loro ha dato me calcio su volto" aggiunge, indicando il proprio occhio tumefatto. Tutti percepiscono la rabbia nella voce della donna.
"Tu ora beve qualcosa e calma tuoi nervi" esclama Anatoli. "Noi pensa a tutto".
"Io è calma" sbotta Zoya. "Io ha sentito quello che Alexei ha detto. Voi fa quello che è giusto, ma tipo che ha pestato me deve soffrire. Voi fa lui molto male".
I tre russi si scambiano un'occhiata, poi tutti annuiscono. "Niet problema".
"Come io ha già detto, loro era magri, bianchi. Vestiti con felpe e jeans. Tutti portava anfibi". Zoya chiude gli occhi per richiamare alla mente l'immagine degli aggressori. "Loro aveva capelli quasi rasati, tatuaggi con svastiche e frasi con caratteri gotici".
"Tu offre tue ragazze a bella gente" commenta sovrappensiero Anatoli.
Zoya socchiude gli occhi e fissa intensamente il corriere. "Gente viene, paga e consuma. Se loro non violenti, perché io deve rifiutare prestazione? Questa volta è andata male".
"Prossima volta tu fa pagare loro in anticipo" propone Sergej, poco avvezzo al mercato della prostituzione.
Zoya scrolla le spalle. "In tanti anni di servizio, mai successa cosa del genere".
"Tu ha chiesto loro documenti?" chiede Margarita.
La maîtresse sgrana gli occhi, poi esplode a ridere. "Questo non è hotel con stelle. Io non pensa che padre di famiglia che tradisce sua moglie vuole fornire me strumento per ricatto!"
La spacciatrice realizza cosa ha appena chiesto ed il suo volto diventa tutto rosso. "Io non... non pensava..."
"Tu ha telecamere in ingresso?" chiede Sergej, cercando di sviare il discorso.
"Da, io ha registrazioni".
Anatoli e Margarita scattano in avanti. "Noi vuole vedere filmati!" esclamano in coro.

venerdì 22 aprile 2016

0106 - un problema più personale

Il lampione davanti al Chaika Bar sfarfalla nella notte, illuminando il marciapiede di una luce gialla, evidenziando mozziconi calpestati, pacchetti di patatine accartocciati e foglie mosse dal vento. Una decina di cittadini, avvolti nei loro cappotti con il bavero alzato per proteggersi dal vento, camminano diretti alle loro case. Due ragazzini ispanici dal giubbotto di pelle, i jeans strappati e le Superga immacolate osservano i passanti che transitano davanti al muro su cui sono appoggiati lanciando sguardi minacciosi e ridendo delle reazioni impaurite che suscitano.
Margarita osserva distrattamente i due giovani dal finestrino mentre Anatoli svolta nel vicolo e si dirige verso l'entrata sul retro del locale degli Antonovich. Kir e Nikolai, i due uomini addetti alla sicurezza del locale, non si vedono da nessuna parte.
"Strano" esclama Anatoli. "Kir non è fuori a fumare".
"Lui sarà andato a comprare sigarette" ribatte Margarita, aprendo lo sportello e scendendo dalla nuova berlina del corriere.
"Anche suo compare, Nikolai, non è fuori a controllare vicolo" mormora Sergej, passando accanto alla spacciatrice e dirigendosi verso la piccola porta di metallo accanto ai bidoni della spazzatura.
Anatoli si guarda un po' intorno, poi scrolla le spalle e segue il compagno all'interno del locale. L'atmosfera sembra tesa, la musica è più bassa del solito e i pochi avventori abituali non sono seduti al loro solito posto. Quando il russo rivolge un saluto al barista, questi risponde con un cenno della testa e fa cenno al gruppo di scendere.
"Tutto questo è molto strano" mormora Anatoli.
"Forse è dovuto a problema di Alexei" ribatte Sergej, imboccando le scale e scendendo al piano interrato.
Dopo aver bussato un paio di volte, la familiare voce baritonale del capo invita il gruppo ad entrare. Alexei è appoggiato alla scrivania, le gambe incrociate e le mani che stringono lo spesso bordo di legno. Sulla sedia di fronte a lui siede Zoya, con la testa china in avanti e le spalle incurvate.
"Privièt capo, noi ha cercato di fare prima possibile" esclama Anatoli, avanzando nella stanza e lasciandosi cadere sul divano. "Privièt, Zoya".
Mentre Sergej si prende la briga di chiudere la porta, Margarita afferra una sedia, la volta e ci si siede sopra a cavalcioni. "Come mai tu ha chiamato noi qui? Tu ha accennato a problema. Io spera non sia legato a morte di Bennet".
"Da, noi ha grosso problema, ma non è collegato a recupero di chip" dice Anatoli. "Quello è lavoro finito, io è sicuro. Miei uomini ha comprato silenzio di sceriffo di Newton e di suo sergente. Questo è problema più... personale" aggiunge poi, abbassando lo sguardo verso la maîtresse.
La ragazza si gira ed osserva i tre russi presenti con uno sguardo carico d'odio. La luce del lampadario appeso al soffitto illumina il suo volto tumefatto: la carne attorno all'occhio destro è gonfia e blu; il labbro inferiore, spaccato, è parzialmente coperto da una piccola crosta di sangue rappreso; la guancia è rossa e segnata da un livido più scuro.
"Cosa è successo te?" chiede Anatoli, raddrizzandosi di colpo. "Chi ha fatto te questo?"
Alexei appoggia una mano sulla spalla di Zoya, che sussulta per una fitta di dolore, poi alza gli occhi sui tre russi. "Clienti di motel ha fatto casino, ha mandato in ospedale uomo di Zoya e ha pestato a sangue Zoya. Poi loro è andati via senza pagare".
Almeno loro non ha preso lei a valigiate pensa mestamente Sergej, toccandosi la ferita ancora fresca poco sotto l'occhio sinistro.
"Noi uccide loro, da?" esclama il corriere, spostando lo sguardo dal capo alla maîtresse.
"Io ha parlato con Boris" ribatte Alexei, scuotendo la testa. "Dato che noi non sa chi ha pestato Zoya, noi non vuole ritorsioni. Vostro compito è trovare stronzi e far pagare loro pestaggio con qualcosa peggio di morte".
"Cosa tu intende?" chiede Margarita.
"Voi deve pensare a piano per incastrare figli di puttana. Polizia deve trovare loro in possesso di resti di ultimo grosso carico che voi ha recuperato per Boris".
"Tu intende lavoro con arabi di merda?" chiede Anatoli.
Un sorriso appare sul volto di Alexei. "Da. Voi deve incastrare colpevoli con carico nucleare. Boris vuole liberarsi di bomba sporca, ma senza vendere a terroristi".
"Se polizia scambia coglioni per terroristi, loro finisce a Guantanamo" conclude per lui il corriere. "Me piace idea, capo".

mercoledì 20 aprile 2016

0105 - chiamata d'urgenza

Il piccolo ristorante cinese è quasi vuoto nonostante siano solo le dieci e mezza di sera, solo un paio di asiatici stanno affrontando l'ennesima portata seduti ad un tavolino piazzato in un angolo. Sarà perché l'odore di alghe fritte e di salsa di soia appesta la piccola sala o per la mancanza di sorrisi sul volto dei camerieri. Questo però non impedisce ad Anatoli di andarci a mangiare ogni volta che può. Il pollo alle mandorle è il migliore di Boston e, se preceduto da involtini primavera e ravioli di gamberi, surclassa ristoranti ben più rinomati.
Mentre si sta portando alla bocca l'ennesimo pezzo di carne, il corriere sente il cellulare vibrare nella tasca posteriore dei pantaloni. Chi cazzo spacca coglioni a quest'ora? Io non può nemmeno mangiare in pace!
Dopo una rapida occhiata al display, Anatoli appoggia le bacchette sul piccolo supporto in ceramica a forma di mucca e risponde. "Ciao, Alexei".
Il boss sorvola sui convenevoli. "Tu chiama Sergej e Margarita, poi voi viene in mio ufficio. Noi ha grosso problema da risolvere".
"Da. A tra poco".
Anatoli manda giù il boccone con un sorso di birra, poi si alza. Davanti a lui si materializza un cameriere, che raccoglie il piatto pieno ancora per metà e scompare subito dopo in cucina.
Io odia sprecare cibo pensa, gettando alcune banconote sul tavolo ed uscendo dal locale.

Margarita sbatte un paio di volte le palpebre, premendo prima una narice e poi l'altra per assimilare ogni singolo granello della riga di polvere bianca che si è appena tirata.
Ora io è pronta ad affrontare nottata di lavoro pensa la spacciatrice, estendendo le braccia e sgranchendosi la schiena. Nel silenzio della piccola stanza insonorizzata la vibrazione del cellulare risuona come una cannonata; Margarita allunga una mano e controlla il numero.
"Cosa cazzo vuoi, Anatoli?" esclama la donna, rispondendo alla chiamata. "Io sta per scendere in strada per gestire miei affari".
"Privièt, Margarita" ribatte il russo. "Tu ha appena alzato tuo culo da tuo letto?"
"Da".
"Alexei vuole che noi raggiunge lui in ufficio. Lui ha detto che noi ha grosso problema".
"Io deve lavorare per compensare perdita di panetto di droga! Lui può fottersi con grosso cazzo di gomma!"
"Soldi che Alexei ha dato te non basta a risarcire droga?" chiede divertito Anatoli. "Se lui ha problema, noi ha problema. Tu comprende, da? O tu preferisce vedere Mystic River da fondale?"
La spacciatrice agita furiosamente le braccia e le gambe, digrignando i denti in un impeto di stizza, poi riaccosta il cellulare all'orecchio. "Tu passa a prendere me tra dieci minuti, da?" sbuffa alla fine.
"Io è già sotto casa tua" ribatte il corriere. "Tu indossa tua felpa e raggiunge me. Due minuti, da?"
Margarita chiude la conversazione, poi lancia il cellulare sul divano.
"Stronzo figlio di puttana" mormora tra i denti, alzandosi ed iniziando a vestirsi.

Le note di un brano di musica classica si diffondono dall'altoparlante del cellulare. "Qui è Sergej".
"Privièt, Sergej" esclama Anatoli. La luce dell'androne dello squallido palazzo si accende, segno che Margarita sta arrivando. "Tu ha impegni per stasera?"
"Da, io sta esercitando con sonata per pianoforte numero tre di Prokofiev" risponde il pianista, continuando a suonare le note basse con la mano sinistra.
"Alexei ha convocato anche te in suo ufficio. Noi ha problema da risolvere".
"Tu non può chiamare altri?" chiede Sergej, staccando le dita dalla tastiera del corto pianoforte.
"Boss ha chiesto di te. Tu vuole contraddire Alexei?"
"Niet" risponde con un sospiro il pianista. Dopo una lunga e astiosa occhiata alla foto di suo zio, appesa al centro della parete del salotto, il russo si alza. "Va bene. Noi ci trova a Chaika Bar?"
"Niet, io passa a prendere te. Io non vuole fare altro giro su tua Prius di merda" ribatte Anatoli.
"Ok, io attende te davanti a mio portone".
Sergej appoggia il cellulare sul mobiletto dell'ingresso accanto alle chiavi, recupera le scarpe dal ripostiglio ed inizia ad allacciarsi le spighette.
Perché tu ha voluto infilare me in questo mondo di merda? pensa, rivolgendo un ultimo sguardo alla foto, poi si infila il soprabito ed esce di casa.

lunedì 18 aprile 2016

0104 - una sudata ricompensa

Alexei apre la porta e fa entrare nell'ufficio i suoi uomini. "Allora, voi ha miei chip?"
"Da" esclama Anatoli appoggiando la valigetta sulla scrivania e lasciandosi cadere su una sedia. Anche gli altri si accomodano, i loro visi segnati dalle attività della notte e dal lungo viaggio di ritorno.
Il boss controlla il corridoio, poi chiude la porta e si dirige verso il tavolo. Il suo sguardo corre sulle ammaccature e sul sangue che ricopre una cerniera e parte del fianco metallico della ventiquattr'ore. "Voi ha avuto problemi?"
"Bennet ha usato valigia come mazza per colpire Sergej" commenta sghignazzando Pavlov.
"Molto imbarazzante" mormora il pianista, guardandosi le punte dei piedi.
Alexei fa scattare le due serrature, alza il coperchio ed osserva le scatolette trasparenti adagiate sulla gommapiuma. "Ottimo lavoro" commenta alzando gli occhi. "Voi ora torna a casa e riposa. Io contatta voi quando ci saranno sviluppi".
"C'è altro piccolo problema" esclama Margarita, accendendosi una sigaretta. "Noi ha usato macchina di Famiglia per fermare fuga di Bennet. Noi ha poi denunciato furto e sbirri di Newton ha creduto noi".
"Miei uomini controlleranno situazione, voi non preoccupa" ribatte il boss.
Dopo aver rovistato in un cassetto, Alexei appoggia alcuni rotoli di banconote sulla scrivania. "Voi ha meritato vostra paga".
"Spassiba" esclama Pavlov, afferrando il denaro ed infilandoselo in tasca.
Anche gli altri si alzano e prendono la propria parte. Alexei intanto prende un cellulare e compone un numero, quindi fa loro cenno di andarsene. La riunione a  quanto pare è finita.

"Vodka?" propone Anatoli.
"Vodka" ribatte annuendo Margarita.
"Voi beve anche per me" esclama l'atleta. "Io ha impegno".
"Tu è sempre impegnato" mormora il corriere, squadrando il compagno. "Cosa impedisce te di festeggiare con compagni?"
"Affari" risponde sorridendo Pavlov, poi saluta con la mano ed imbocca le scale.